Francesco Puppi Scrive per FIDAL Lombardia: Emozioni a Tappe alle Isole Azzorre

Pubblicato: Giovedì, 12 Novembre 2020

Questa news segna l’esordio di Francesco Puppi sulle “colonne” del nostro sito: l’azzurro della corsa in montagna, campione del mondo long distance a Premana 2017 e argento iridato in carica nella medesima specialità, non è solo un grande atleta ma anche una penna brillante che sarà protagonista anche sulle pagine del numero 6 di Voglia di Atletica, la rivista FIDAL Lombardia in uscita la prossima settimana. In una stagione priva di competizioni internazionali titolare il portacolori dell’Atletica Valle Brembana, dottore in Fisica, ha partecipato dal 29 ottobre al 1° novembre al Golden Trail Championship, gara a tappe alle Azzorre chiusa in settima posizione finale in 9 ore 44:08, a 33 minuti dal vincitore: 19esima piazza per Luca Del Pero (Falchi-Lecco) in 10h18:39. RISULTATI

Per Puppi è stata un’esperienza sui generis: ecco il suo racconto.

  

Le Golden Trail Series sono una serie di gare di corsa in montagna che comprende le sei prove long distance più famose e iconiche a livello mondiale. Zegama, Mont Blanc Marathon, DolomythsRun, Sierre-Zinal, Pikes Peak, Ring of Steal: sono i nomi che ogni appassionato conosce e sogna di correre almeno una volta nella vita. Questo circuito privato, lanciato da Salomon nel 2018, ha come obiettivo quello di promuovere la competizione e la crescita del trail a livello professionistico valorizzando gli  élite, aumentando l’engagement con il pubblico e creando consapevolezza e attenzione sulle tematiche ambientali.Francesco Puppi Azzorre 2020 vulcano

Quest’anno la cancellazione della maggior parte delle prove del circuito ha costretto gli organizzatori a un cambio di programma da cui è nata l’idea di un Golden Trail Championship: un singolo evento che riunisse i migliori trailrunners a livello mondiale in un ambiente il più possibile sicuro dal punto di vista sanitario. La scelta è caduta sull’isola di Faial, nell’arcipelago delle Azzorre, Oceano Atlantico, dove la partnership di Golden Trail Series con il comitato locale (Azores Trail Run) ha organizzato una finale a tappe: 4 giorni di gare da giovedì 29 ottobre a domenica 1° novembre,  112 km e 6200 metri di dislivello suddivisi in prove da 23, 24, 30 e 34 km.

Dopo un’estate trascorsa tra la mia amata pista e le mie care salite alpine, durante la quale mi è capitato di correre un Campionato Italiano sui 10000m in pista e la settimana successiva un Campionato Italiano di corsa in montagna; dopo la cancellazione dei Mondiali di corsa in montagna previsti a Lanzarote il 14-15 novembre 2020, l’appeal del Golden Trail Championship come opportunità di confronto e di esperienza in una stagione così particolare ha rappresentato per me un richiamo irresistibile. Volevo essere della partita e volare alle Azzorre, sapendo che sarebbe stato importante non solo per me, ma un po’ per tutto il movimento del mountain running a livello italiano. Penso sia importante uscire dai nostri confini e cercare il confronto, mettersi sempre in discussione, sebbene talvolta questa mia indole mi porti a scelte avventate che il mio coach Tito Tiberti cerca di “addomesticare” e declinare in un percorso utile per la mia crescita atletica a lungo termine. Ho impiegato qualche giorno per convincerlo a lasciarmi vivere questa esperienza con cui desideravo concludere la mia stagione, ma fissati una serie di benchmark e stabilita una linea di lavoro, eravamo pronti a finalizzare l’appuntamento nelle poche settimane che mancavano.

Il 25 ottobre ho corso l’ultima frazione del Trofeo Vanoni per la Valle Brembana (pessima idea col senno di poi ma il dovere di squadra viene prima di tutto) consegnando il titolo italiano a staffetta al mio club insieme ai miei compagni Nadir Cavagna e Alex Baldaccini. Con rilevante mal di gambe e DOMS annessi, che sono rimasti fino a oltre metà settimana, il giorno successivo sono partito per Faial insieme a Tito. Il 29 ottobre ero pronto al via della prima prova, da Porto do Salao a Vulcao dos Capelinhos, attraversando l’isola da Est a Ovest, risalendo fino all’immensa Caldera vulcanica che si trova al centro (a circa 1000m di quota) e costeggiando la costa settentrionale negli ultimi km di gara, dopo la discesa. L’impatto è stato forte, quasi violento, non tanto per l’intensità della competizione quanto per il tipo di terreno e le condizioni in cui abbiamo corso. Il trail presenta variabili ambientali e climatiche determinanti nello svolgimento di una competizione, a cui non si è sempre preparati, abituati o comunque non si è sempre pronti ad affrontare. Sicuramente in questo caso non lo ero.

Dopo una prima parte di salita in cui ho gestito il ritmo a ridosso dei primi, un po’ preoccupato per il vento e la pioggia che sembravano aumentare con la quota, ho affrontato l’ultima parte attraverso una foresta di conifere su un terreno difficile da interpretare, impossibile da correre, tra fango, alberi caduti, muschi e felci. I miei avversari scappavano via e io non sapevo come porre rimedio al mio gap tecnico su quel tipo di terreno, in cui contava ben poco la preparazione “classica” con cui mi ero allenato, ma entravano in gioco qualità di forza, capacità di visualizzazione e equilibrio forse più adatte all’orienteering, oltre alla concentrazione necessaria per mantenere elevato il livello di sforzo. Sulla Caldera il vento era così forte che la pioggia colpiva la mia pelle procurandomi una sensazione vicina al dolore. Diverse volte sono stato costretto ad abbassarmi per non cadere a causa delle raffiche, correndo totalmente sbilanciato controvento per restare in piedi. La discesa, fortunatamente non pericolosa, è stata un tornado di fango e vegetazione. La domanda che mi sono posto più spesso è stata “come faccio a superare il più velocemente possibile questo tratto?”. La risposta solitamente è scontata, correre, ma qui tutto era diverso. La mia capacità di corsa nei tratti meno tecnici mi permetteva di recuperare terreno sui miei avversari ma non era mai sufficiente a colmare il ritardo accumulato. E nello stesso tempo mi costringeva a spendere più energie rispetto agli altri.

Il secondo giorno la furia degli elementi è arrivata al suo apice. Ho letteralmente rischiato di volare via, o almeno di essere travolto da quella che per me è stata la cosa più simile a un uragano a cui abbia mai assistito. Era questo il famoso anticiclone delle Azzorre? Non me lo spiegavo. Sicuramente la potenza dell’oceano era impressionante sia da vedere che da affrontare, correndo lungo la costa ma soprattutto alle quote più elevate.

Nonostante le difficoltà, non volevo darmi per vinto o assumere un atteggiamento rinunciatario per nulla al mondo. Anche il mio amico Jim Walmsley, americano di Flagstaff e grande favorito per la vittoria finale, sembrava in difficoltà, mentre il polacco Bart Przedwojewski volava verso il successo. Dopo due giorni e due ottavi posti ero ancora in lizza per un buon piazzamento nella classifica generale. L’idea di affrontare ogni tappa cercando di non andare oltre il limite in cui la stanchezza muscolare sarebbe stata difficilmente recuperabile stava funzionando. Con il passare dei giorni mi sentivo via via più stanco, ma una volta in gara il mio corpo sapeva dove andare a recuperare le energie necessarie, se i muscoli continuavano a mantenersi efficienti. Le strategie di recupero che avevo deciso di adottare erano semplici ma davano i loro risultati: attenzione all’alimentazione e all’idratazione subito dopo la gara, foam rolling ogni pomeriggio, stretching quel tanto che bastava, dormire e rilassarmi il più possibile. Mentalmente, il fatto di dovermi preparare a una competizione a tappe è stato molto impegnativo. Chiedere al corpo una fatica alla quale lui vorrebbe opporsi è difficile, quasi contro natura. Sai in anticipo che andrai incontro a un certo tipo di dolore e di disagio, che dovrai sbilanciare l’azione il più possibile oltre la comfort zone se vuoi fare bene.

Il terzo giorno ho osato qualcosa in più e ho conquistato la top 5 a cui aspiravo, avendo la meglio sullo spagnolo Oriol Cardona nell’ultima parte di gara. Ormai non ero più molto impressionato dai percorsi  e dalle condizioni meteorologiche dopo ciò a cui avevo assistito nelle prime due tappe: nulla a che vedere con i nostri sentieri alpini, in cui le tecnicità sono date dal terreno roccioso, nel regno del granito, dalle curve ardite dei tornanti oppure dalle pendenze e irregolarità delle superfici. Rimaneva l’ultima tappa,che era stata leggermente allungata per via di un cambio di percorso risultando così essere di 34 km. Tutto sembrava andare per il meglio e stavo correndo in sesta posizione attorno al km 28, quando ho pensato bene di aggiungere un ulteriore chilometro al totale di giornata. Ho mancato una deviazione, non prestando sufficiente attenzione alle solite bandierine rosse in un tratto piuttosto complicato in quella che era una vera e propria jungla, trascinando con me Remì Bonnet che stava correndo pochi secondi dietro di me. Una volta realizzato l’errore e recuperato il sentiero tornando sui miei passi, ho perso la concentrazione ed è subentrato un po’ di nervosismo. Non tanto per l’errore, sapevo di non avere in ogni caso buttato all’aria la gara e di aver perso solamente 7-8’, ma per l’incomprensibile significato tecnico di alcune parti di percorso in cui era davvero impossibile correre. Non mi ero iscritto alla gara per questo; non era coerente con l’idea originaria delle Golden Trail Series, non era in alcun modo prevedibile per potermi preparare adeguatamente. Io CORRO in montagna!

Alla fine, ho tagliato il traguardo in 12esima posizione di giornata, settimo nel ranking della generale. L’arrivo era posto in riva all’oceano e, attraversandolo, sono andato dritto a immergermi nell’acqua fredda, al riparo delle rocce vulcaniche, per attenuare i pensieri e lavarmi dal fango.

Poi ho realizzato che era finita, che in ogni caso ce l’avevo fatta, con un risultato più che dignitoso anche se a essere sincero mi sarei aspettato qualcosa di meglio, prima di partire. Non c’è bisogno di autocompiacimento ma credo che ognuno possa sentirsi soddisfatto nel completare un percorso pianificato, costruito e portato a termine nei modi e nei tempi che più gli si addicono. Questa è stata per me l’esperienza, da cui ho cercato di trarre il meglio che potessi e di sentirmi in ogni caso fortunato, semplicemente per essere lì a fare la fatica improba che avevo desiderato. In quel momento lo avvertivo chiaro dentro di me, mentre la natura che mi circondava rimaneva come sempre poco comprensibile, come l’infrangersi delle onde dell’oceano dinnanzi a me.

Francesco Puppi

FOTO di Francesca Grana.

Francesco Puppi Azzorre 2020

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